venerdì, 7 Agosto 2020

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Salmone: ecco perché è meglio evitarlo

Credit: passionepesce.it

Troppi falsi miti nel campo del food. Il salmone – da molti decantato come un toccasana per le diete ipocaloriche, perfetto per chi soffre di colesterolo alto e ottimo per combattere l’osteoporosi e il cattivo umore – è sconsigliato in una dieta abituale, soprattutto se proviene da allevamenti intensivi, proprio come la maggior parte di quella che mangiamo.

Per oltre 25 anni ricercatori ed esperti di tutto il mondo hanno denunciato i danni che procurano gli allevamenti intensivi di salmone, all’ambiente, all’acqua, alle risorse ittiche e all’ecosistema dei fondali marini.
Decine di migliaia di salmoni d’allevamento confinati nelle reti producono una quantità enorme di rifiuti: chimici, biologici, organici e inorganici.

Il problema principale è che i reflui degli allevamenti intensivi non vengono mai lavati via, ma si lasciano cadere attraverso le reti; si depositano così nel fondale tonnellate di escrementi e rifiuti.
Il risultato è che i salmoni che dal supermercato finiscono sulla nostra tavola hanno prima sguazzato in una zuppa di muco ed escrementi, alimentando così le mutazioni di agenti patogeni.

“Si dovrebbe evitare il salmone di allevamento come la peste”. Questo è quanto afferma uno scienziato statunitense dopo un studio sugli allevamenti intensivi. I risultati dello studio rivelano che il 95% dei salmoni che compriamo e poi mangiamo proviene da allevamenti intensivi dove verrebbe sottoposto ad una colorazione artificiale – inserita direttamente nel mangime dei pesci – per renderlo più simile nell’aspetto al salmone selvaggio.

Il Render Magazine ha riportato che in alcuni casi i mangimi per i salmoni da allevamento potrebbero contenere proteine derivate da sottoprodotti di origine animale, soprattutto provenienti da suini.
Inoltre, la sostenibilità di questi allevamenti è parecchio inefficiente: per ottenere un kg di salmone ne servono almeno 5 di altri pesci – il che sta portando all’estinzione di molte specie. Proprio dove ci sono allevamenti di salmoni intensivi si è, infatti, registrato un drastico calo di salmoni selvatici.

I medici norvegesi hanno anche sconsigliato alle donne incinte di evitare di mangiare salmone a causa delle tossine contenute in quelli da allevamento intensivo. Sostanze conosciute per provocare danni allo sviluppo del cervello nei bambini.

Migliaia di persone mangiano il salmone sicuri che faccia bene alla salute, che sia ricco di Omega 3, vitamine e sali minerali, e che sia povero di calorie. Non è così, ed è bene saperlo.

[Credit: ciboecibo.it]

Food Reputation Map, ora si può misurare la reputazione degli alimenti

Credit Photo: bergamosostenibile.com

Cosa ti piace del cibo che mangi, o del tuo piatto preferito? Bella domanda.
Certo, i più golosi non rinuncerebbero mai a patatine fritte in quantità esagerate d’olio, mentre i patiti delle diete non si faranno mai mancare frutta e verdura, ma aldilà delle preferenze personali ci sono anche importanti fattori che sono trasmessi a livello culturale circa l’alimentazione.
“Alimentarsi – dice il professore di psicologia sociale Marino Bonaiutoè infatti certamente un fattore vitale, ma intorno al cibo ruotano da sempre anche aspetti connessi al piacere, alla socialità, alla convivialità”.

23 parametri. Questo il numero dei fattori che influenzano le scelte agroalimentari. Perché la scelta di un alimento e il suo successo – piuttosto che il suo insuccesso – sono anche una questione di reputazione, e a rivelarlo è uno studio accademico condotto dall’Università Sapienza di Roma grazie al finanziamento del Gruppo Nestlé nell’ambito del progetto Axìa.

Lo studio e il modello messo a punto, dopo ben tre anni di lavoro, dimostrano che anche i prodotti alimentari hanno una loro “reputazione” da guadagnare e da mantenere, e che essa è concretamente misurabile ed è frutto di una serie di fattori. A seguito di questa scoperta è, infatti, stata creata la Food Reputation Map, uno strumento che consente di misurare la reputazione di un qualsiasi alimento e produzione agricola.
Suona strano, no? Solitamente il concetto di reputazione si lega a persone e ad altri agenti sociali, poco ai prodotti, ma ancora meno al singolo alimento, sia esso inteso come singolo alimento o come prodotto finito di una lunga ricetta.

Eppure la reputazione alimentare esiste. Ed è la rappresentazione precisa di opinioni che ogni persona possiede delle caratteristiche attuali e presenti di un determinato cibo.
Il funzionamento è semplice: la Food Reputation Map basa la sua validità sull’analisi di dati raccolti su un totale di 4.770 italiani ed evidenzia tre macroaree di reputazione, 6 indicatori sintetici, per un totale di 23 parametri specifici che influenzano la nostra percezione nei confronti di un preciso alimento, evidenziando così quelli che possono essere considerati i punti chiave che ne stimolano – o scoraggiano – l’acquisto e quindi il relativo consumo.

Si tratta di aspetti connessi all’essenza del prodotto, agli effetti culturali, economici, ambientali, fisiologici e psicologici di un prodotto. “Si tratta del primo metodo scientifico – ha precisato il docente precedentemente citato – per delineare punti di forza di un prodotto alimentare in vista dell’approdo sui mercati esteri”.
Si accresce quindi la competitività dei prodotti “Made in Italy”, perché il nostro è lo Stato europeo con il maggior numero di prodotti agroalimentari di qualità (22%), seguito dalla Francia con il 17%, ma che – evidentemente – non sa sfruttare bene i suoi prodotti, perché esporta solo l’11% della propria produzione, contro il 19% dei cugini d’oltralpe.
Si punta sul “Made in Italy”, ancora.

[Credit: LaRepubblica]

Dimmi il tuo paese e ti dirò il tuo livello di salute (FOTO)

Quando si parla di buona salute, in cima alle priorità mondiali c’è il dormir meglio piuttosto che mangiare bene, mantenersi in forma e prendere integratori alimentari. Uno studio rivela come il 66% della popolazione mondiale preferisca il riposare, il 59% mangiare sano, e il 57% praticare sport regolarmente. Un esempio? Gli indonesiani sono le persone più riposate, mentre i polacchi e i russi se la cavano con un occhio chiuso e uno sveglio, preferendo non esagerare con il sonno per restare in salute.

Lo studio, condotto dall’organizzazione tedesca GFK (Gesellschaft für Konsumforschung, in inglese Society for Consumer Research), è stato svolto su un campione di 28 mila persone in 23 paesi diversi, chiedendo loro quali attività svolgessero regolarmente per mantenersi in forma.

Il primo grafico mostra la percentuale delle persone in ogni paese che dormono a sufficienza (rosso), mangiano cibo sano (verde) e praticano sport (blu).

Il secondo grafico, suddiviso per genere, mostra le cinque attività più praticate al mondo da uomini e donne per mantenersi in forma.

attività fisica

Il terzo grafico mostra la lista delle 14 attività richieste dallo studio, dallo sport alla meditazione. Il Messico e la Cina hanno il numero più alto di persone che fanno sport per mantenersi in forma (rispettivamente il 68& e il 67%), mentre il Giappone e la Russia hanno pochi appassionati di fitness (rispettivamente il 39% e il 40%).

uk

Nel Regno Unito, le attività che gli inglesi svolgono per mantenersi in salute sono colorate in celeste, mentre quelle globali in blu. In cima al grafico, gli inglesi preferiscono passare più tempo con la famiglia all’aria aperta piuttosto che dormire o mangiare sano.

usa

Anche gli americani, come gli inglesi, preferiscono passare più tempo con la famiglia e gli amici (71%), ma sono poco amanti dei cibi sani e di diete specifiche (17% contro il 18% della media globale).

australia

Infine, in Australia si preferisce prendere integratori e vitamine (45% contro il 32% della media globale), e non sono molto propensi a massaggi o trattamenti nelle SPA (12% contro la media globale del 14%).

La pizza più buona del mondo? Non si trova a Napoli (FOTO)

Credit: groupon.it

Come ben sappiamo, la pizza è uno – forse l’unico – dei cibi più tradizionali dell’Italia: essa nasce specificatamente a Napoli, nel 1889, grazie al cuoco Raffaele Esposito che, in onore della Regina d’Italia Margherita di Savoia, decise di preparare un impasto, appunto pizza, e condirlo con pomodoro, mozzarella e basilico. Da quel momento in poi, tutti – pizzaioli, cuochi e non solo – si sono sbizzarriti a condire la pizza con qualsiasi ingrediente, seguendo ovviamente i propri gusti culinari.

I napoletani e, più in generale, gli italiani sono fieri di questo cibo che non solo è diventato un vero patrimonio per tutta la penisola – anzi, è stato anche proposto come patrimonio internazionale dell’Unesco – ma è stato copiato dalla maggior parte del mondo, America compresa. Ed è proprio un americano, Daniel Young, il quale lavora presso il sito Condé Nast Traveler, che ha redatto una classifica nella quale sono presenti le città di tutto il mondo dove si mangia meglio la pizza. La cosa che ha scosso molti è che in testa alla classifica non è presente la famosa pizza napoletana o, comunque italiana, bensì quella di Chicago.

Una vera accusa nei confronti dell’italia e molto sdegno per noi italiani, legati fortemente a ciò che ci appartiene e a tutto quello che è tradizione. Ovviamente le reazioni sono state molto dure.
Ricordiamo che, come dice il proverbio latino de gustibus non disputandum est, i gusti sono personali e magari Daniel Young ha messo al primo posto una città americana per un forte spirito patriottico.

Ecco la classifica:

1. Chicago
Credit: giordanos.com
Credit: giordanos.com

2. New York City
Credit: dobianchi.com
Credit: dobianchi.com

3. Roma
Credit: romadpizza.com
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4. Orlando
credit: dailybest.it
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5. Napoli
Credit: italianlessons.co.uk
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6. New Haven (Connecticut)
Credit: dailybest.it
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7. Venezia
Credit: dailybest.it
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8. Edmonton (Canada)
Credit: eater.com
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9. Firenze
Credit: puntarellarossa.com
Credit: puntarellarossa.com

10. Palermo
Credit: dailybest.it
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11. Milano
Credit: tripadvisor.com
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12. Philadelphia
Credit: sithtech.net
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13. Los Angeles
Credit: seriouseats.com
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14. Las Vegas
Creit: dailybest.it
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