Food

Home Food Pagina 137
Proposte dal mondo del cibo: ristorazione, dieta, ricette e cucina

Mangia 51 banane al giorno ed è diventata il nuovo guru della dieta

Siamo in Australia e una YouTuber mostra ai suoi seguaci e iscritti il metodo più genuino, semplice ed economico per rimanere in forma, anzi, per diventare una vera e propria silhouette. Il suo nome è “Freelee The Banana Girl” ed è considerata il nuovo “guru della dieta”: in brevissimo tempo ha ottenuto migliaia di visualizzazioni sul suo canale e grazie al web ha fatto molto parlare di sé. Lei propone un regime alimentare che, di recente, ha portato il grande successo, quando la collega australiana Loni Jane Anthony ha annunciato di aver mantenuto la dieta per tutta la gravidanza, insistendo sul fatto che sia lei che il suo bambino non abbiano subito effetti negativi.

La dieta della banana è molto semplice: si tratta di consumare tra le 2000 e 5000 calorie al giorno e come dice Freelee, rimanere “in crudo fino alle quattro” – il che significa che non mangia nessun tipo di cibo cotto o riscaldato fino alle 16:00.
Lei di solito mangia “i pasti mono costituiti da una quantità enorme di un singoli frutti, come cinque manghi, due litri di succo d’arancia, 1,4 kg di albicocche, o 20 banane”.
Dopo le ore 16:00 il “via libera”: spesso mangia un pasto cucinato e, ancora una volta, con un unico ingrediente in grandi quantitativi, come 3.5kgs di patate al forno, o un altro pasto di frutta.

Dopo aver sofferto sia di anoressia che di bulimia in passato, Freelee sostiene che adottando il suo basso contenuto di grassi come dieta per la vita, è riuscita a rimanere in perfetta forma, nonché chiarire la sua acne, sindrome da stanchezza cronica, bassa funzionalità tiroidea e digestione.
Spesso riceve commenti negativi per essere “troppo magra” ma Freelee, che scrive anche sul suo sito, ha comunque guadagnato 166.000 abbonati sul suo canale YouTube che predicano a tutto il mondo i vantaggi del suo stile di vita.

Freelee ama così tanto il suo modo di vivere che ha anche scritto un Ebook su come seguire la sua dieta e il successo social è andato di gran lunga migliorandosi grazie alla sua pagina Facebook.
Tuttavia molti dietologi ed esperti hanno parlato dei pericoli in termini di salute che l’eliminazione di interi gruppi di alimenti dalla dieta possono comportare e, in particolar modo, quelle che possono essere le gravi conseguenze di un eccessivo consumo di banane, come nel caso dell’australiana.

“Mangio tante banane, tanta frutta, questo è vero, ma ho fatto questo a lungo termine ed i risultati stanno accumulando. Sono in forma e sto bene e questi sono i risultati che vengono con il tempo”.
Le banane sono molto ricche di potassio, un minerale essenziale per la sopravvivenza, ma che il corpo, soprattutto il cuore, è particolarmente sensibile.
Una singola banana in media contiene 422mg di potassio e, mentre sarebbe quasi impossibile causare un arresto cardiaco attraverso il consumo di alimenti, mangiare tanto e la stessa cosa a livelli esagerati può mettere a dura prova i reni, che devono filtrare l’eccesso.
Aisling Pigott, britannica portavoce del Dietetic Association, dice: “Questa dieta interessante e alternativa sostenuta da Freelee sembra averla aiutata, però va in conflitto con la consulenza tradizionale, la sana alimentazione che raccomanda varietà, controllo delle porzioni e moderazione”.

I punti negativi di questa dieta sono tanti: non contiene fonti alimentari di vitamina B12, il calcio è limitato e c’è poco ferro. Il contenuto di zuccheri e carboidrati di questa dieta è estremamente alto. Mangiare grandi quantità di un singolo alimento – per esempio le banane – può spostare nutrienti essenziali disponibili da altri alimenti.
In sintesi bisogna puntare su una varietà di frutta e verdura cruda e cotta insieme, una dieta sana ed equilibrata, porzioni controllare, carboidrati amidacei (come pane, riso, patate, pasta) e proteine ​​(carne, uova, fagioli o legumi) con 2-3 porzioni di alimenti arricchiti di calcio al giorno (latte o prodotti lattiero-caseari) e grassi limitati, come zuccheri e cibi elaborati”.

Cucina Mancina: la prima community per chi mangia “diverso”

Negli ultimi anni è cresciuto sempre di più il numero di persone che dalla propria dieta è costretto ad eliminare qualcosa: intolleranze al lattosio, allergie a qualsivoglia alimento, celiachia, ma anche semplici problemi di digestione legati a qualche molecola presente in alcuni classi di alimenti che costringono a bandirli dal proprio quotidiano.

È questo il motivo per cui è nata Cucina Mancina, la community per tutti quelli che mangiano o sono costretti a mangiare in modo differente.

Il nome della community è presto spiegato sul sito stesso: mancino è da sempre sinonimo di mancante, diverso, da correggere, il mancino è colui che si distigue dalla norma (right) e che reinterpreta il mondo secondo la propria peculiarità (left). Così anche coloro che non possono mangiare determinati alimenti sono considerati “diversi“.
Mancini alimentari sono quindi una larga fetta di popolazione, sono vegani, vegetariani, allergici, celiaci, coloro che devono prestare attenzione al colesterolo, chi soffre di ipertensione e diabetici: per ognuno di loro esiste una segnaletica specifica nella community che aiuta ad identificare subito quali ricette sono adatte alla propria categoria di appartenenza.

Il popolo dei diversamente onnivori, un trend di crescita si chiama a raccolta, diventa un movimento e anche una food community.

Il sito, fondato da Lorenza Dadduzio e Flavia Giordano – la prima è imprenditrice e direttrice creativa di un visual design studio, la seconda consulente per le politiche giovanili – offre insieme alle ricette anche altri strumenti: la possibilità di interagire e scambiarsi idee e opinioni con gli altri mancini alimentari e un database dove vengono raccolti indirizzi e informazioni di negozi e ristoranti adatti ad ognuna delle categorie proposte nel sito.

Alla popolazione del sito può partecipare chiunque: basta avere una ricetta o notizia mancina originale e interessante da inviare alla redazione.

Le due fondatrici hanno anche già pubblicato un libro, “Eat Different“, nel quale hanno individuato otto diverse mancinità: vegetariano, vegano, senza glutine (sempre più diffuso anche nelle diete ipocaloriche), senza lattosio, pochi grassi, pochi zuccheri, poco sodio, curiosi alimentari, tutte abbinate ad un simbolo, cui si aggiungono anche una serie di sottocategorie, come “No soia”, “No pesce” o “No nichel”. A loro, e a tutti quelli che con un mancino alimentare hanno a che fare, dalle mamme ai fidanzati, amici e colleghi compresi, è dedicato dunque “Eat different”, un vero slalom alimentare tra 72 ricette firmate da un folto popolo di chef, food blogger e appassionati di cucina, che se evitano alcuni ingredienti, non rinunciano mai al gusto di un buon piatto.

Chi lo dice che essere vegano, vegetariano, celiaco etc, è sbagliato o diverso?

Meno controlli sul cibo, rischio carni infette a tavola

Stando a quanto afferma l’Unison, organizzazione britannica per il controllo alimentare, sconcertanti sono le proposte avanzate da Bruxelles in merito ai controlli sui cibi: la nuova legislazione europea andrebbe, infatti, a colpire proprio gli organi addetti all’ispezione alimentare, limitando le loro facoltà di supervisionare la qualità dei prodotti e di disfarsi di quelli al di sotto degli standard.

Soltanto tra 2013 e 2014, sono stati più di due milioni i casi di verme solitario riscontrati tra le carni rosse d’Oltremanica, ma anche quelle bianche sono risultate in buon numero immangiabili: tre milioni i polli infetti rifiutati a causa della contaminazione da feci – causa principale della tossicità alimentare nel Regno Unito.

Eppure, la Commissione Europea sostiene di dover rivedere l’attuale legislazione relativa ai cibi: la regolamentazione delle ispezioni sui prodotti suini è già cambiata e da giugno costringerà gli ispettori – che finora avevano sezionato il cranio degli animali per sincerarsi che non fossero portatori di malattie non visibili all’occhio umano – ad attenersi al solo criterio visivo.

L’Unison ha, allora, accusato il governo britannico di aver fatto pressione alla Commissione Europea per ottenere misure meno restrittive che permettessero di ridurre i costi di produzione. La maggior parte delle persone è all’oscuro del fatto che esista un esiguo numero di gruppi d’ispezione alimentare e veterinaria che ogni giorno ne garantisce l’incolumità, lavorando in condizioni tremende, tra sangue e carcasse animali, per preservarle dal consumo di carni infette.

Ma, nonostante la loro solerzia, gli ispettori alimentari sono i primi a essere attaccati e non soltanto dagli operatori del settore alimentare: a metterli adesso in seria difficoltà sono addirittura i governi nazionale ed europeo.

Allerta epatite A per frutti di bosco congelati

Sale a quota 1.100 il numero delle persone colpite dall’epidemia che da 14 mesi sta dilagando in tutta Italia e su cui è calato il silenzio. Secondo l’ultima relazione del Ministero della salute, ogni due giorni cinque persone vengono ricoverate in ospedale per epatite A, causata dall’ingestione di alimenti contenenti frutti di bosco surgelati o congelati. Le persone colpite dal gennaio 2013 alla fine di febbraio 2014 sono state 1.463. Il maggior numero di casi è stato registrato in Lombardia, seguita da Emilia Romagna, Toscana, Lazio e Sicilia. L’epidemia è stata classificata recentemente come “internazionale”, poiché ha coinvolto non l’Italia, ma anche Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia dove si sono registrati 71 casi, oltre a Irlanda e Francia con altre 16 persone colpite.

A causa della cattiva informazione e della gestione disastrosa e poco efficiente da parte del Ministero della salute, la stragrande maggioranza delle persone continua a mangiare frutti di bosco (more, ribes rosso, mirtillo e lamponi) presenti nelle torte, nei pasticcini e nei gelati, ignara del rischio di ammalarsi. Al momento sono stati identificati 15 lotti di frutti di bosco contaminati e ritirati dal mercato. L’origine dell’epidemia è ancora un mistero, nonostante le ricerche e le analisi effettuate dal Ministero della salute. Secondi gli esperti la contaminazione è stata originata da un singolo ingrediente ed è avvenuta all’interno di un gruppo di produttori di una stessa area geografica.

Secondo il Ministero a partire da novembre 2013 c’è stata una diminuzione dei casi di contaminazione. La flessione va però considerata con cautela, poiché “il numero di casi negli ultimi mesi è comunque superiore a quello rilevato nello stesso periodo dei due anni precedenti”. Inoltre “sono tutt’ora in corso le valutazioni relative ai primi mesi del 2014, che necessitano un attento monitoraggio, considerato il lungo periodo di incubazione della malattia.”

Come devono agire i consumatori? Il Ministero della salute si è espresso in merito dichiarando attraverso un comunicato ufficiale di “non escludere l’eventualità che altri mix di frutti di bosco surgelati/congelati contaminati, diversi da quelli oggetto di allerta possano essere presenti sul mercato. Per questo le autorità raccomandano di consumare i frutti di bosco congelati/surgelati solo cotti, facendoli bollire (portandoli a 100°C) per almeno 2 minuti, non impiegare i frutti di bosco crudi per guarnire i piatti (ad esempio la superficie di una crostata, semifreddi, yogurt ecc., lavare accuratamente i contenitori e gli utensili usati per maneggiare i frutti di bosco scongelati.”