sabato, 19 Settembre 2020

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‘Anni 80. Io c’ero’: quando il ricordo diventa social (INTERVISTA)

Che ricordi gli anni andati. Un po’ di nostalgia ci pervade quando torniamo indietro con la mente e ripercorriamo i momenti d’infanzia per qualcuno, di gioventù per altri.
Veronica ha pensato di condividere i suoi ricordi con tutti gli utenti di Facebook. Nasce così un gruppo che in poco tempo ha raccolto il consenso di più di 109 mila pollici in su: “Anni 80. Io c’ero.”

Dopo aver rivissuto gli anni ’80 con i suoi film, cartoon, giochi e tanto altro, Veronica si racconta a Blog di Lifestyle e ci spiega cosa c’è dietro questo progetto social.

Ciao Veronica, raccontaci, come è nata l’idea di aprire questa pagina?

Mi piaceva l’idea di scrivere i miei ricordi riportando ad ogni frase l’immagine corrispondente. Ed è stato bello constatare che i miei ricordi fossero anche i ricordi di molti altri che, come me, hanno vissuto negli anni 80.

109558 mi piace. Ti aspettavi il successo riscosso?

Sinceramente non mi aspettavo questo successo, ma dentro di me ci speravo.

Quali sono i ricordi a cui sei maggiormente legata di questi anni ’80?

I ricordi a cui tengo maggiormente sono legati a persone che non ci sono più: i miei nonni e mio padre che mi ha lasciato prematuramente quando avevo 20 anni.

Cosa è cambiato in peggio in Italia in questi 30 anni?

L’italia purtroppo è cambiata ed è sotto gli occhi di tutti, purtroppo. Prima c’era più opportunità di lavoro, i giovani riuscivano a lavorare. Adesso per farlo devono andare all’estero. E poi l’avvento dell’Euro non ci ha permesso più di arrivare a fine mese, mentre con la Lira ci si riusciva.

Cosa, invece si è evoluto positivamente?

Devo dire che l’avvento della tecnologia ci ha permesso di fare notevoli passi avanti. Purtroppo i giovani ne stanno facendo troppo uso (telefonini, computer, playstation, wii, ecc.) e tutto a discapito delle relazioni sociali che si stanno affievolendo.

Ci lasci con un messaggio per i lettori di “Blog di Lifestyle” e di “Anni 80. Io c’ero”?

Cito una frase dal web: “Gli anni 80 sono gli anni che hanno distinto i nostri anni d’infanzia, quando ci divertivamo con poco bastava, un pallone, le corse in bicicletta si giocava con fantasia disegnando per terra una campana, e una corda per saltare, i giochi a nascondino, lo scambio di figurine di calcio, come si può dimenticare tutto questo?”

Coinquilini: come trovarli e da chi stare alla larga (INTERVISTA)

Coinquilini: c’è chi li cerca per affrontare una nuova vita, quella universitaria, tra lezioni, bi-locali e abbonamenti per la metropolitana. C’è chi vuole liberarsene: troppo frastuono la notte, piatti sempre sporchi e orari delle pulizie non rispettati mai. Senza parlare delle bollette pagate l’ultimo giorno e della dispensa sempre vuota.
C’è chi ne ha bisogno, per dividere le spese così pazze e ammortizzare il caroprezzo della vita al nord.

Come trovarli e da chi stare alla larga? Abbiamo fatto due chiacchiere con Giuseppe, l’amministratore della pagina “Il Coinquilino di Merda”. Ecco cosa ci ha risposto.

Ciao Giuseppe, come è nata l’idea della pagina? Hai avuto delle esperienze negative con dei coinquilini?

Ciao Fabiola, l’idea è nata quando una mia coinquilina si asciugava i capelli con il phon in corridoio, verso l’una di notte. A quel punto ho detto: o la uccido o faccio qualcosa per sfogarmi. Così è nata la pagina. Poi ho scoperto che non ero l’unico ad avere questo tipo di frustrazione.

Quali devono essere le “qualità perfette per un perfetto coinquilino”?

Per il “perfetto coinquilino” hai sbagliato interlocutore! Io penso che il coinquilino perfetto non esista, anzi credo che esistano solo coinquilini di merda. Ognuno lo è modo suo e nessuno si salva.

Quali sono i litigi più comuni tra coinquilini?

Tempo fa abbiamo lanciato un sondaggio dalla pagina proprio sulle cose e azioni più gravi del coinquilino di merda, ed è emerso senza dubbio
che la cosa meno sopportata è la scarsa igiene. Viste le testimonianze, comunque, aggiungo le liti sul cibo e sulla carta igienica.

Da chi stare alla larga?
Dipende! Personalmente io non sopporto i coinquilini che fanno gli amiconi e poi ti fregano i soldi delle bollette. Preferisco i cinghiali che però si fanno voler bene.

Le tre “regole” perfette per la convivenza perfetta

Le tre regole:
vai a vivere da solo
vai a vivere da solo
vai a vivere da solo

altrimenti scappa.

Viaggiare senza soldi, l’avventura ha inizio (INTERVISTA)

Credits photo: eduactive.it

Vorrei fare un viaggio, ma non ho soldi“. Quante volte abbiamo detto, o sentito questa frase?
Per i più avventurosi una soluzione a questo problema c’è e si chiama Viaggiare senza soldi.
Una frontiera, quella del turismo low cost, che sta prendendo sempre più piede, tra giovani e meno giovani. L’età non conta, ciò che conta è la voglia di sperimentarsi.

Viaggiare senza soldi è un trend molto forte sui social, grazie alla pagina Facebook gestita da Massimo Dallaglio, giornalista e direttore anche del giornaleMOLLOTUTTO.

Su Blog di Lifestyle abbiamo intervistato Massimo, per farci raccontare come si fa a viaggiare senza soldi.

Massimo, com’è nata l’idea di aprire questa pagina?

Viaggiare senza soldi è una pagina Facebook del network Mollotutto. La pagina parla di tutte quelle persone che hanno fatto una precisa scelta che poi ha cambiato la loro vita. Chi intraprende questo tipo di viaggio, infatti, in genere si trasferisce.

Si può viaggiare senza soldi? Se sì come?

In realtà, si tratta di un titolo provocatorio: la verità è che non si può viaggiare totalmente senza soldi. Se arrivo in un posto, per mantenermi devo trovare un lavoro che mi dia vitto e alloggio.
Per quanto riguarda il viaggio ci sono tanti modi per farlo low cost: in Italia siamo un caso a parte, manca questa mentalità, ma l’autostop ad esempio è molto diffuso nel mondo, non nella forma che conosciamo noi. L’autostop ai camionisti, il car sharing ci sono tante forme: nel resto del mondo chi deve andare ad esempio da Lisbona a Mosca cerca qualcuno con cui chiacchierare, per non addormentarsi.

Che tipo di esperienza di vita rappresenta?

Ci vuole uno spirito di adattamento forte. Non è una vacanza, ma un viaggio e attraverso il lavoro, retribuito o “aupair” si ripaga tutto il resto.

Ogni giorno raccogli tante testimonianze di persone che viaggiano per il mondo low cost: quale ti ha colpito di più?

Difficile scegliere, forse tra tutte mi ha colpito quella di Luca Napoletano: è stato via 11 anni, è partito da Torino con 27 euro, il costo di un traghetto. Ha girato tanti Paesi, però il budget era di 27 euro. Il resto l’ha guadagnato con i lavori. Antennista, location finder, istruttore di arti marziali e tanti altri lavori: lui è l’espressione di quello che dico, puoi fare quest’esperienza ma devi essere skillato, plasmabile come l’acqua.

Quali sono i pro e i contro di quest’esperienza?

I pro: è un’esperienza unica, dà una carica di energia senza limiti, si esce dalla normalità. Il contro è che quando finisci non riesci più a tornare indietro.

Cosa bisogna assolutamente avere per affrontare quest’esperienza?

Bisogna portare il proprio saper fare, le skills e metterle a frutto altrove con una giusta elasticità mentale.

Da soli o in compagnia: come si viaggia low cost?

In molti partono da soli, in media 8 su 10, poi si trovano compagni di viaggio sul posto.
Le coppie di amici generalmente si dividono, mentre i fidanzati riescono a resistere.

Gaia Giordani: ‘L’amore è un gioco senza regole’ (INTERVISTA)

Credits Nicola Righetti

Gaia Giordani è una professionista del Web.
Racconta del suo primo amore 2.0: il blog, a cui si è avvicinata per la prima volta ai tempi di Splinder, una delle prime piattaforme di blogging in Italia. Oggi Gaia ha reso la sua passione per il web, un lavoro: nel 2009 entra a far parte di Mondadori Digital come coordinatore del blog del settimanale Grazia. Nel 2010 diventa Web Content Manager del sito di Cosmopolitan in Hearst Magazines Italia.

Gaia Giordani si è raccontata a Blog di Lifestyle, in un’intervista esclusiva.

La tua città virtuale è Ottavia, ispirata ad una delle città immaginate da Italo Calvino,
della quale sembra averti affascinata il concetto di “città del futuro” al punto da farla divenire la residenza delle tue conoscenze 2.0.
Ma fuori dal web, chi è Gaia Giordani?

Sono una veronese trapiantata a Torino per amore, ma il mio cuore professionale batte da sempre a Milano. Ho iniziato più di dieci anni fa come copywriter: all’epoca nelle agenzie di pubblicità si lavorava molto ma nei tempi morti ci si annoiava da matti, non a caso in molti posti dove ho lavorato c’era il calcetto e delle stanze per fare la pennichella.
Nei momenti di veglia noi copy alimentavamo il blog, che all’epoca era un’avanguardia per pochi eletti capaci di masticare un minimo di html e personalizzare un template. Negli anni la Rete per me è diventata un mestiere e ha dato un senso alla specializzazione in WebContent Writing presa allo IED nei primi anni Duemila. Ovviamente farne un lavoro ha richiesto tanta formazione, pratica sul campo e apertura mentale: non è un mestiere per “vecchi dentro”.

Aldilà delle competenze necessarie per abitare il web, delle quali parli nel tuo blog, cosa pensi dell’approccio generale che gli utenti hanno nei confronti della Rete?

I social media hanno avvicinato molte persone alla Rete, rinchiudendole nel microcosmo di Facebook, Twitter, Instagram. Per fortuna (dal mio punto di vista) i social stanno diventando sempre più una porta d’ingresso verso altri mondi, verso contenuti e conoscenze.
Fino a vent’anni fa saziare le nostre curiosità era molto più difficile: da addetta ai lavori mi rincuora vedere mia madre con un iPad tra le mani cercare informazioni sulle cose che la appassionano, dall’altra sono molto perplessa dalla qualità scadente di certi contenuti riconosciuti come autorevoli solo perché diventano virali. Su questo fronte mi schiero dalla parte dell’algoritmo dei motori di ricerca, che lascia emergere i contenuti di qualità.

Dal 18 giugno è possibile leggere il tuo primo romanzo “Sei proprio una scema”.
La protagonista è una trentenne precaria che lotta con le vicissitudini di una grande città, e con un amante di quelli “ci sono-non ci sono” che non rendono di certo la vita più stabile.
Cosa consigli alle donne che si cullano in rapporti come questo?

Scappate più velocemente possibile.

Sei proprio una scema COVER

Ti chiedo di salutare i nostri lettori rispondendo ad un’ultima considerazione: apparteniamo ad una generazione alla quale, esattamente come quella raccontata nel tuo romanzo, non è permesso sognare, ma giocare sì. Come si fa a difendersi, senza infrangere le regole del gioco?

L’amore è un gioco senza regole.
In passato ricordo di aver mollato uno dei vari stronzi via mail, usando come oggetto il titolo di un libro di Cortazar, uno dei miei preferiti, che si chiama “Fine del gioco”.
Quello stronzo mi rispose cambiando il titolo in “Il gioco è la vita”. All’epoca mi sembrava una stupidaggine, ma molti anni dopo mi tocca dargli ragione.
A parte il risvolto sentimentale, il romanzo parla delle insicurezze di una generazione: per difendersi dal precariato, dalle frustrazioni, dalla sindrome del futuro corto (o inesistente) bisogna farsi venire qualche idea, pensare fuori dalla scatola. La protagonista prova a prendersi quello che, dal suo punto di vista, le spetta di diritto: la felicità, l’amore ricambiato, uno scampolo di serenità.
Lo fa con ogni mezzo, anche poco ortodosso, tipo strofinare lo spazzolino dello Stronzo nella tazza del water per vendicarsi delle sue disattenzioni.

Ecco, voi non fatelo, mi raccomando.