Credit Photo: unadonna.it

Ieri ero alla fermata dell’autobus.
Ero seduta sotto la pensilina ad aspettare quando sento un clacson suonare ripetutamente. Ma non mi giro: sono per strada, è normale sentire il beep-beep di un clacson, penso. Qualcuno, però, stava cercando di attirare l’attenzione su di sé perché quel beep-beep risuonava a tempo. D’istinto, allora, mi volto verso la strada e da quella macchina mi fanno segno di salire. Erano le 15 del pomeriggio e quel qualcuno aveva appena scosso la mia giornata (e la mia mente) prima di ripartire con la sua macchina e andare chissà dove. Non nascondo che il mio primo pensiero è stato: “come sono vestita?”. Indossavo dei jeans lunghi, una maglia a mezze maniche nera, degli stivaletti bassi e comunque tutto questo non importa.

Nella vita sono un’aspirante giornalista e le notizie sono il mio pane quotidiano.
Prima di tutto, però, sono una donna. Io, quindi, l’ho imparato in fretta che esistono i complimenti, che poi esistono le offese, e poi gli schiamazzi dalle auto, la poca sensibilità di alcuni e la troppa volgarità di altri. Subito dopo ho appreso, inoltre, che il mio pane quotidiano si divide tra le ingiustizie che vengono urlate a perdifiato e quelle a cui, invece, nessuno da’ voce. Il risultato? Si insegna alle donne a difendersi, ma meno agli uomini ad avere rispetto. Ci si divide non dalla parte del torto o della ragione, ma da quella del debole e del più forte. Si fa leva su un’etica il cui marchio di riconoscimento è la divisa che indossi: dalla minigonna che fa poco di buono, alla giacca e cravatta che fa tanto onesto, alle divise color blu ideologico che simboleggiano la ragione (e, quindi, la forza). Questo è anche il risultato di una società in cui, ad esempio, una ragazza stuprata si domanda dove ha sbagliato e, per l’appunto, qualcuno la accuserà di essere stata troppo provocante. Anche un tribunale.

Quando si tratta di ingiustizie e morale la lista da stilare è davvero lunga.
Queste storie hanno in comune un unico grande dolore che ti logora fino a farti morire dentro. E, talvolta, non solo. Come la storia che stamattina ho appreso dall’Huffingtonpost. La riassumo: una vittima di stupro che si ritrova a dover risarcire il proprio stupratore, la somma pattuita dal tribunale di Faenza è di 40 mila euro. La lotta che l’ha condotta al termine di questa vicenda assurda è durata 7 lunghi anni. Ne aveva appena 23 quando è stata violentata dal suo professore di Arte e i 7 successivi sono stati una lunga agonia che fatta di terrore, di accuse, di lotta nel disperato tentativo di difendersi, di una giustizia che mai arriverà e dello sconforto più totale. Dopo 7 anni e la sentenza del tribunale, infatti, la ragazza decide di togliersi la vita perché sopraffatta dai sensi di colpa di aver lasciato che i suoi genitori si indebitassero fino al collo perché lei reclamava la giustizia che meritava. Quella che, se è vero, è l’unica difesa di un corpo e di una mente che, ormai, sono stati violati e macchiati per sempre.

Per chi fa il mio stesso lavoro sa quanto siano importanti i dettagli.
Raccontare nello specifico una storia aiuta chi legge ad immaginarsela davvero ed è quello che non intendo fare oggi. Quindi ho speso volutamente poche parole sull’accaduto nel rispetto di chi ne è protagonista, per me che non ne ho e per te che stai leggendo. Non intendo farlo con questa storia che nemmeno la persona dotata della più fervida immaginazione avrebbe potuto elaborare. Ma purché questa morte non sia vana.

Da donna priva di colpe come tutte le altre. Pensante e dotata di razionalità proprio come un uomo, ma a differenza di un animale che, invece, vive di istinti indomabili. Lui sì.

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