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Ci sentiamo invincibili, noi umani, almeno fino a quando va tutto bene. Se qualcosa all’improvviso comincia a seguire un percorso diverso da quello prefissato da noi stessi, lasciamo le redini al vento, trasportati dal caso e dalla forza più grande e irresistibile: quella della vita. Perché, a volte, non basta remare controcorrente per vincere una sfida, né essere determinati come un toro per ricevere il primo premio della gara. Certe volte ci lasciamo andare alla deriva, senza nutrire più desideri né speranze, consapevoli che poi, in fondo, è il banco a vincere sempre.
Ma se solo una volta, con la fierezza che solo la disperazione fa nascere, riuscissimo ad opporci al vento contrario, durante una malattia mortale, una difficoltà immane o una qualunque situazione senza apparente speranza, potremmo cambiare il corso delle cose.

Certe volte gli altri esseri viventi, da noi umani non considerati in quanto inferiori, sanno combattere le avversità della vita meglio di un manuale di istruzioni. L’esempio che ci viene offerto riguarda questa volta un meraviglioso albero situato nel Parco Nazionale di Washington, straordinariamente attaccato al bordo di un grande crepaccio grazie ad alcune radici scoperte.
Guardare la sua opera immensa di sopravvivenza a ogni costo, in barba alle leggi della natura e della fisica, dona un’emozione grandiosa. Almeno una volta ognuno di noi nella vita si trova nella condizione di quell’enorme albero senza speranza, ma come possiamo fare per aggrapparci alla terra senza sprofondare nel vuoto?


Questo nessuno può dirlo, nemmeno quelle radici piene di dignità. L’unico esempio che quell’albero fiero offre al mondo è lo straordinario equilibrio della sua posizione: ancorata al suolo come se fosse cemento. Per qualche altro giorno, mese, anno o addirittura per sempre. Quell’albero per ora rimane lì immobile, sordo al rumore delle tempeste e alla forza di gravità che incombe. Come se ogni attimo fosse prezioso, come se nemmeno un secondo perdesse di significato dinnanzi a una morte certa.

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