A chi non succede di avere vuoti di memoria: non riconoscere qualcuno per strada o non riuscire a ricordarsi il nome di un conoscente è roba di quotidiana amministrazione. Eppure, per alcuni, episodi simili sono così frequenti da risultare persino imbarazzanti: la memoria corta potrebbe essere, allora, sintomatica di qualcosa di ben più grave del regolare invecchiamento o dell’aumento dello stress.

Peraltro, se è vero che la memoria inizia a vacillare con l’avanzare dell’età, è anche vero – perché scientificamente provato – che il calo effettivo delle facoltà cognitive comincia non con la mezza età, bensì intorno ai 25 anni.

Ad avere il più forte impatto sulle funzioni mnemoniche sono, però, le malattie: l’attivazione del sistema immunitario richiede un quantitativo di energie che viene temporaneamente sottratto al cervello, indebolendone la normale attività. Dal diabete alla carenza di vitamina B12, dall’ipotiroidismo all’obesità, si tratta di patologie che se trascurate possono accelerare il deterioramento del sistema cognitivo talvolta in maniera persino irreversibile (con l’insorgere di Alzheimer e demenza vascolare).

Ad ogni modo, secondo il naturale processo di invecchiamento, a partire dal settantesimo anno d’età anche il più salutista di noi va incontro a un inevitabile “Deterioramento cognitivo lieve” (MCI), generalmente riscontrabile nell’incapacità di immagazzinare nuove informazioni o di ricordare il contesto in cui le si è apprese.

Assumere regolarmente vitamina B12 e acido folico può senz’altro aiutare, ma più efficace ancora sarà condurre uno stile di vita che tenga sempre mentalmente stimolati, leggendo più libri, giocando di più, cimentandosi in puzzle e godendosi la socialità.

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