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Vi siete mai chiesti il motivo della nostra insoddisfazione cronica? Quella sensazione di disagio perenne dinnanzi alle gioie della vita? E se non si tratta di disagio, avete mai pensato al fatto di non essere mai felici al cento per cento? Vi spiego io il motivo di questo malessere con una sola parola: i social.
Pensateci: in quale mondo perverso riusciremmo ad essere felici guardando h24 ciò che fanno tutti gli altri? È biologicamente impossibile gioire di cuore della fortuna altrui, potreste affermare il contrario, ma io la penso così.

Sto esagerando? Probabilmente. Ma con gli anni ho capito che l’uomo è competitivo oltre ogni limite e, anche se solo inconsciamente, è per natura portato a invidiare il prossimo. Quello più bello, più bravo, più ricco.
Come godere di una pizza quando c’è chi posta le foto di un viaggio alle Maldive? Come rimanere impassibili se c’è chi vola a New York con la stessa frequenza con la quale noi comuni mortali usciamo a buttare l’indifferenziato? Purtroppo le informazioni sulla vita altrui sono per noi accessibili cliccando su una semplice icona blu, che anziché aprire le porte al gioco e alla spensieratezza, ci fa sprofondare in un vortice di paragoni impossibili, dal quale inevitabilmente emergiamo con le ossa rotte. O con il broncio di chi non può andare a sciare ogni sacrosanto fine settimana.

Avete mai fatto caso al senso di soddisfazione, naturalmente più breve della vita di un fiammifero, provata quando facciamo qualcosa di figo o quando ci geotagghiamo nei luoghi più cool? A me è successo poco tempo fa, in un noto ristorante di Londra. Non vedevo l’ora di geolocalizzare la mia foto. Poi dopo qualche giorno mi sono ravveduta e ho pensato: ma si può essere più tristi di così? Vi rispondo io: No.
Senza considerare il messaggio lampante che emerge spulciando i profili di Instagram, ovvero quello che ci convince di potere far soldi facendo il nulla totale. Pubblicando semplicemente le foto di quanto siamo belli e coccolosi con le ultime Prada.
Ed in effetti ciò è possibile in alcuni noti casi, come la storia moderna ci insegna. Il problema reale però siamo noi comuni mortali e la nostra difficoltà concreta di uscire da un vortice asfittico che schiaccia senza rimedio. Ma dal quale io stessa fatico a tirarmi fuori. Facebook, Instagram, Snapchat: le tre fiere dantesche disposte in fila indiana, risorte in una beffarda chiave ultramoderna.

Un poeta a me molto caro diceva: ‘La vita o si vive o si scrive, io non l’ho mai vissuta, se non scrivendola.‘ Ecco, questa frase potrebbe tornare utile, ovviamente considerata in un’accezione molto meno nobile: se Pirandello non viveva la vita per scriverla, noi altri per quale motivo lo facciamo? Cosa produce la nostra alienazione dal presente? Da un concerto, un evento oppure da un semplice momento? Una galleria bellissima, certo. E poi? Quando ci accorgeremo di essere invecchiati con il cellulare in mano, cosa ci rimarrà? Non lo sappiamo, e quel che è peggio, non ci interessa. L’importante è far sapere che partiamo per Ibiza.

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